Storia

Fondata nel 1228 ai margini meridionali della sua piana, alle falde del monte Tilia, Leonessa sembra aver avuto origine dalla fusione di vari castelli e ville del territorio circostante che si ribellarono ai loro Signorotti, distruggendone le fortezze. La formazione di questo nuovo abitato si protrasse sino al principio del ‘300.
Sembra che in passato Leonessa fosse chiamata Gonessa o la Gonessa, nome dato forse dalla famiglia oriunda gotica de Lagonissa preesistente alla fondazione della città medesima. Del borgo non si hanno notizie anteriori al secolo XIII. Trattasi di un agglomerato urbano di origine tardo-medioevale, nelle cui tradizioni vivono ancora elementi dell’antico status giuridico.
Le prime testimonianze scritte sui nuclei abitati dell’altopiano risalgono al sec. VIII d.C., sullo scorcio cioè della dominazione longobarda e del suo tipico regime curtense: alle corti, infatti, ci riportano i superstiti documenti dell’alto medioevo, tramite le numerose donazioni di terreni e pertinenze fatte all’Abbazia di Farfa. La prima di queste notizie risale al 770-774, allorché si cedette al Monastero di Farfa la corte di Narnate, cessione fatta da Adelchi. È di questo periodo il formarsi dei vari castelli, che vennero costruiti sulle alture, in posizione strategica. Quali e quanti fossero questi castelli, intesi come luoghi fortificati e non soltanto come agglomerati di case, è difficile a dirsi, data l’estrema penuria ed incertezza delle fonti. Si possono fare alcuni nomi, senza alcuna pretesa di risolvere la complessa questione: Belfiore, Corno, Croce o Torrecroce, Farcamelone, Fuscello, Narnate o Torre, Ornata, Pianezza, Poggio o Poggiolupo, Ripa di Corno che costituì il nucleo del nuovo abitato di Leonessa.
Ai margini settentrionali dell’altopiano si fissò, già sul finire del XII secolo, la linea pedemontana di confine tra Stato della Chiesa e Regno di Napoli, ad ognuno dei quali fece capo un gruppo di castelli. Tra questi appartenenti al Regno di Napoli emerse il castello di Ripa di Corno, attorno al quale, per una decisione politica dei sovrani di Napoli, si formò in breve tempo l’attuale Leonessa.
Tale fondazione và inquadrata nei procedimenti di sinecismo o di incastellazione che, soprattutto in Abruzzo nei secoli XIII-XIV furono all’origine di molti agglomerati. Gli uomini del castello di Narnate, ribellatisi pur essi al dominio della Chiesa, si rifugiarono nel 1274 nella rocca di Ripa di Corno soggetta al re di Napoli; per ospitare i ribelli, infatti, fu deciso il primo Piano Regolatore: fu costruito sul lato orientale un nuovo borgo, a poca distanza dal vecchio castello, con due torri di avvistamento e di difesa (presumibilmente la torre della campanella e la rocca).
Il documento di fondazione, reca la data del 16 luglio 1278. Altri immigrati dovettero ben presto rifugiarsi nella nuova terra provenienti da tutti i castelli dei dintorni, e si costituì un comune di uomini liberi: del 1358 è l’aggregazione del castello di Fuscello, garantita da regolare istrumento e da chiare norme associative. Il nome del nuovo agglomerato urbano fu, come si è detto, quello di Gonessa, il quale perdurò, nella forma dotta di Connexa, fino al sec. XVI-XVII. Sul finire del ‘300 comparve il nome attuale, sia pur latinizzato in Lionissa.
Lo sviluppo urbanistico originario, per le ragioni già illustrate, fu orientato prevalentemente in direzione est-ovest, e solo più tardi prese gradatamente consistenza il lato sud-nord, con un reticolo di strade simmetriche tutte confluenti nella piazza centrale; è pure riconoscibile il cardo e il decumano del reticolato castrense. Quasi contemporaneamente sorsero nei pressi dell’abitato i nuovi conventi di ispirazione francescana: quello di S. Francesco nel 1285, di S. Lucia nel 1295 ed i conventi di ispirazione agostiniana: quello di S. Agostino e quello di S. Antonio.
Quanto all’organizzazione interna della città, essa fu di natura essenzialmente confederativa, pur nel progressivo assorbimento di diritti e consuetudini particolari e nell’obbedienza ad uno statuto comune. Il primo statuto di cui si abbia notizia, da secoli non più esistente, fu redatto dal vicario regio Ciuffuto de Ciuffiti di Ascoli nel 1378-1379 ad un secolo esatto dalla fondazione dell’abitato. Sono evidenti le tracce dell’originario processo d’incastellamento, conservandosi fino ai nostri giorni, pur con le inevitabili trasformazioni dovute al tempo e alle mutate condizioni di vita.
Sul piano amministrativo furono istituiti sei rioni, detti appunto sesti, cui vennero aggregate le ville dell’altopiano. Il sesto, ben radicato nel diritto locale, fu insieme suddivisione di territorio ed organo amministrativo, ed ebbe una precisa funzione sociale e politica; basti pensare che i sei priori del reggimento erano scelti uno per sesto, ed analogamente le altre cariche rappresentative, e cioè i membri del gran consiglio ed i massari del popolo. I sesti furono così denominati: S. Egidio di Corno (comprendente anche i territori dei castelli di Vallonina e di Ripa); S. Nicola di Forcamelone; S. Nicola di Poggiolupo; S. Maria di Croce; S. Martino di Pianezza e S. Maria di Torre (comprendente i territori dei due castelli di Pianezza e di Torre Ornata); S. Venanzio di Terzone.
Ogni focoliere divenne perciò un sestiere ed ebbe in Leonessa, insieme al governo centrale rappresentativo, la sua universitas autonoma, la sua chiesa, il suo santo protettore, il suo sacerdote. Anche gli stessi immigrati, per godere pienamente dei diritti di cittadinanza, dovevano essere aggregati ad uno dei sesti, quello di Forcamelone.
Per capire la storia di Leonessa bisogna necessariamente inserirla entro questa intelaiature fondamentale: da borgo di origine demaniale, e non feudale, a struttura federativa, ubicata in una zona strategica di confine, e perciò blandita e resa fedele dai regnanti di Napoli con larghe concessioni di autonomia amministrativa, che la ponevano nelle condizioni di libero comune.
Accanto alle magistrature comunali democraticamente elette (cioè a priori, i massari del popolo, i membri del gran consiglio e, con la dinastia aragonese, pure il podestà), vi erano i rappresentanti dell’autorità regia: il vicario, il giudice ed altri ufficiali minori, tutti dipendenti dal Capitano della montagna, cui incombeva l’onere di risiedere sul posto almeno un mese all’anno: ma tra le due magistrature non sempre corse buon sangue, ed i leonessani furono spesso costretti ad invocare l’intervento del sovrano, verso il quale, angioino o aragonese che fosse, mostrarono sempre fedeltà, né presero mai parte a gravi sommosse dirette a sconvolgere l’ordine costituito, particolarmente durante gli avventurosi regni delle due Giovanne (1343-1381, 1414-1435) e nel turbolento periodo della congiura dei baroni sotto Ferdinando I (1458- 1494). Per la loro lealtà di trono, subirono non poche azioni di rappresaglia da parte dei rivoltosi di turno.
Nei secoli XV-XVI fiorirono le industrie, principalmente quella laniera, che trovò sbocchi in numerosi centri commerciali, dai mercati di Farfa a quelli di Ascoli Piceno. In seguito l’arte della lana volse al declino, pur continuando ad assorbire una considerevole parte dell’artigianato locale; né molto valsero a risollevarne le sorti i tentativi esperiti nel 1587 per un nuovo più adeguato statuto. Altre attività meritatamente famose furono l’esportazione di grano e legumi, le industrie artigianali dei tessitori di lino, dei cappellai, degli armaioli, dei battitori di metallo, dei fornaciari e cavatori di gesso.
Questa condizione di relativa agiatezza dette credito all’abitato, ed i leonessani sempre più frequentemente vennero richiesti come paceri e come garanti dalle comunità vicine in lite tra loro, e crebbero in stima un pò ovunque. Il maggior benessere economico favorì pure largamente lo sviluppo dell’edilizia e consentì l’ingresso di molte opere d’arte nelle chiese della città.
A Leonessa, secondo alcune fonti, è collocabile il primo Monte di Pietà sinora documentato, preesistente peraltro al 1446, dal quale poté trarre ispirazione Domenico da Leonessa che ne fondò uno ad Ascoli Piceno nel 1458. Stando a quel che dice l’Antinori, il Monte di Pietà leonessano era ubicato in posizione centrale, nel pubblico arengo, e sopra il locale fu poi innalzata la torre civica, quella stessa distrutta all’inizio del secolo.
In seguito, vi furono conflitti gravi di natura politica nel 1347, il saccheggio e la distruzione dell’abitato, ad opera, secondo quel che narra il Villani, dell’esercito di Luigi d’Ungheria, sceso in Italia per vendicare l’uccisione di suo fratello Andrea. Dal 1384 sino all’inizio del ‘400 si ebbe una breve denominazione dei Trinci, Signori di Foligno, dapprima con Corrado, che interpose i suoi buon uffici per una pacificazione generale tra Leonessa, Norcia e Cascia, quindi con Ugolino, ambedue proposti dai leonessani come governatori della loro città e confermati nell’incarico del sovrano. Ma il timore, nient’affatto infondato, che l’incarico temporaneo potesse trasformarsi in Signoria di tipo feudale, mise in agitazione i leonessani, i quali nel maggio del 1401 ottennero da Ladislao il ritorno del territorio sotto il pieno dominio regio, con l’annullamento di qualunque concessione ai Trinci e la solenne promessa di non infeudare la terra di Leonessa.
Altra breve cessione temporanea fu fatta, per ragioni politiche, da Alfonso d’Aragona che, dal 1443 al 1447, lasciò Gonessa, Cittaducale ed Accumoli a Papa Eugenio IV in cambio del vicariato di Benevento. Il dominio pontificio però non fu gradito in alcun modo ai leonessani che si tennero pronti all’insurrezione armata.
L’infeudazione vera e propria si ebbe solo nel 1539 con Carlo V. L’imperatore diede in feudo Leonessa, insieme alle libere Università abruzzesi di Penne, Campli, Cittaducale e Montereale (i cosiddetti Stati farnesiani d’Abruzzo), alla sua figlia naturale Margherita d’Austria, andata sposa ad Ottavio Farnese, per costituirle il reddito dotale annuo di 6000 ducati d’oro. Si trattò però di una infeudazione all’origine non eccessivamente gravosa, con soli diritti giurisdizionali e fiscali da parte del feudatario e non territoriali; ed i leonessani, tanto gelosi della loro autonomia e della loro libertà, non mostrarono di soffrirne molto. Và anche precisato che Margherita d’Austria si comportò con prudenza e magnanimità rispettando leggi, operando un saggio decentramento amministrativo, onorando e beneficiando i nuovi sudditi: ai leonessani fece dono di una elegante fontana ubicata nella piazza maggiore (1548), e per i poveri dispose, con testamento rogato dal leonessano G. Battista, atti il 3 gennaio 1586, alcuni lasciti, come doni nuziali, destinati a delle ragazze povere di Leonessa.
A quest’epoca risale, come vuole la tradizione, la concessione del titolo di città da parte di Carlo V, successivamente confermato dalla congregazione pisana dei Cavalieri di S. Stefano. Da Margherita, i feudi farnesiani d’Abruzzo passarono per succesione ereditaria ai Farnesi di Parma.
La situazione economica, fattasi già abbastanza precaria, ebbe un grave colpo in seguito ai violenti terremoti del 1703, nei quali rimasero distrutti molti edifici pubblici e numerose frazioni, e trovarono la morte circa 800 persone e gran quantità di bestiame: fu il colpo di grazia che ridusse Leonessa allo stremo, favorendo l’emigrazione massiccia già iniziata nel secolo precedente verso Roma e le città dello Stato Pontificio.
Tuttavia, nel 1737, e poi nel 1746, pur afflitta da gravi ristrettezze economiche, Leonessa visse la sua ora di trionfo con la beatificazione e la canonizzazione del suo figlio più illustre, il cappuccino Giuseppe Desideri.
In seguito alla pace di Vienna del 1735, per la quale Carlo I di Borbone aveva ottenuto tutti i beni extraterritoriali già appartenuti ai Farnese e ai Medici, Leonessa ritornò sotto il pieno dominio della casa reale di Napoli e venne compresa tra i cosiddetti Stati allodiali di privato patrimonio della corona.
Finalmente, con la legge eversiva della feudalità (1806), Leonessa fu nuovamente libero comune, e si organizzò secondo i nuovi criteri amministrativi introdotti dalla Rivoluzione. Prese parte alle lotte politiche del tempo e nel settembre 1820 ebbe anch’essa la sua vendita carbonara, subito presa di mira dalla polizia borbonica.
Con l’avvento del Regno d’Italia fece parte della Provincia dell’Aquila tramite il circondario di Cittaducale.
Nel 1927 fu aggregata alla Provincia di Rieti.